E rete fu

  Gli ultimi anni del ‘900 furono quelli in cui iniziarono a rivoluzionarsi le cose in molte case, e per molte famiglie.

La telecom cominciò a proporre ai suoi utenti un nuovo modo di comunicare e reperire informazioni, qualcosa che avrebbe permesso a tutti di entrare in contatto con il mondo intero ed inviare lettere computerizzate a prezzi irrisori.

Quell’aggeggio si chiamava modem. In Italia i più audaci iniziarono ad aderire all’offerta, mentre gli altri restarono un po’ a guardare, non sapendo se fosse davvero necessario investire in nuove cose. Già il telefonino era stato un investimento, importante, certo, ma che aveva comportato un aumento dei costi in qualche modo.

Perciò all’inizio furono in pochi coloro che accettarono la proposta della telecom.

Ma fu probabilmente il 1999 l’anno in cui si diffuse la prima epidemia della rete. Erano sorte nuove compagnie come la Italia On Line, che proponevano offerte più vantaggiose.

Così, un po’ per curiosità, un po’ per i primi racconti degli audaci, paura e diffidenza scomparvero.

In questa casa il primo modem entrò proprio allora.  Nero, con vari cavi e appartenente a Libero, ex Italia On Line.


All’inizio riuscire a far funzionare il modem fu un’impresa non indifferente.  I cavi dovevano essere collegati al pc e alla presa del telefono, e questo poteva comportare non pochi problemi se le due cose si trovavano in due stanze diverse. Ma con un po’ di fatica, telefonate a tecnici, prolunghe infinite e tanta costanza, alla fine si raggiungeva il traguardo.

E finalmente conoscevi la rete.

 Bastava cliccare ok su un paio di finestre preimpostate, aprire un’iconcina strana che avevi sul desktop e in due secondi ti ritrovavi di fronte ad un mondo nuovo tutto da scoprire.  Nella mia casa fu impostato Virgilio come motore di ricerca, ma non ci volle poi molto a capire come fosse possibile sul serio visualizzare informazioni provenienti da ogni parte del mondo semplicemente digitando un indirizzo che iniziava con www. nella barra in alto.

L’unico problema era il telefono e tutto il costo della cosa. Quando ti collegavi ad internet, risultava occupato, e la connessione all’epoca la si pagava a tempo. Per cui molti genitori imposero la regola delle 18.30: connessioni solo dopo quell’ora,  solo per massimo un’ora e non tutti i giorni.

Intanto tu avevi conosciuto l’amica chiocciolina, ed era quindi cominciata per te l’era delle mail. Mail statiche o tutte decorate, destinate a parenti lontani o amici di quartiere, utilizzate spesso quasi fossero dei grossi sms da inviare ai conoscenti con semplici “ci vediamo dopo?”.

Col passare del tempo, quel nuovo mondo catturò sempre più gente. Se eri una persona estremamente curiosa nonché amante della lettura e della scrittura, trasgredivi anche alla regola delle 18.30 perché avevi sempre qualcosa da cercare in rete. E un po’ alla volta, navigando e ascoltando i racconti dei primi audaci, capivi che, oltre alle mail, c’era un altro modo ancor più divertente di comunicare in rete, che ti offriva pure la possibilità di conoscere nuove persone: il mondo delle chatroom.

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La rivoluzione degli sms gratuiti

 

  Il gioco degli scherzi telefonici ovviamente era destinato a fallire.

 Far numeri a casaccio non portava a nulla, e nemmeno divertiva nel caso di estranei. Soprattutto si era già grandicelli, ormai, e al massimo si facevano scherzi ad amici neotelefoninati che tanto ostentavano il loro mattone forato. Ma questi scherzi avevano un costo ovviamente. Soprattutto quando fingevi di essere una ragazza interessata al malcapitato, con intorno altri amici burloni che ti suggerivano cosa dire per ottenere un appuntamento al quale non ti saresti ovviamente mai presentata.

E gli amici telefoninati eran pure troppo pochi.

  Col tempo, però, qualcuno cominciò a notare sui nuovi mattoni forati una strana voce:  “messaggi”.

I primi tempi la si guardò quasi con diffidenza, e si era un po’ restii ad utilizzarla. Soprattutto lo erano gli adulti. Mio padre preferì ignorarne del tutto l’esistenza per anni.

Ma noi ormai sulla soglia della maturità anagrafica, ce ne lasciammo un po’ alla volta incuriosire. E non solo.

Ricordo che l’ultimo anno di liceo tutti i miei compagni si rifornirono di telefonino, ed alla prima distrazione dei professori, lo tiravan fuori dagli zaini per controllare quanti messaggi avessero ricevuto. Se ne trovavano anche uno solo, rendevano partecipi il resto della classe, con un’euforia ed una gioia negli occhi stile vincita al lotto. Iniziarono pure le prime guerre di messaggini inviati da un banco all’altro, che sostituirono i classici foglietti di carta.

E le prime lacrime per il credito consumato a vuoto.    

   Poi un giorno arrivò l’offertona. Una certa compagnia telefonica nuova – tanto per non far nomi, la wind – per riuscire a conquistare nuovi utenti, si presentò con la possibilità di inviare infiniti sms gratuiti verso altri numeri wind per parecchi mesi.

Fu un successo strepitoso, perché in molti capirono le potenzialità di un’offerta del genere. Non solo poter comunicare a casa gratuitamente che ti saresti trattenuta in giro un altro paio d’ore, dichiarando falsamente di avere la batteria scarica e spegnendo il telefonino come prova. Anche poter conoscere nuove persone.

Era semplice: scrivevi un sms, un qualsiasi sms, e lo inviavi ad un numero inventato al momento. Venivano spediti messaggi di ogni tipo: dai semplici “ciao” ai più sfacciati “sei bellissima” (senza sapere se dall’altro lato ci fosse un uomo o una donna O_O), passando per i “diventiamo amici” fino ai più creativi, come “sono Mortisia Addams, hai visto zio Fester per caso?” (e di questo ometto la fonte 😛 ). E quasi tutti coloro che ne ricevevano, rispondevano. Con il tipico “chi sei” o con messaggi altrettanto creativi. Tanto era tutto gratis.

Ma la pacchia finì, ovviamente, quando gli sms cominciarono ad avere un costo.

Fu un dispiacere unico, lo ammetto, e portò a doversi in un certo senso allontanare da quei contatti nuovi, o a riprendere ad utilizzare gli antichi carta e penna.

    Eppure, di lì a poco, ogni dispiacere fu superato grazie ad una nuova risorsa sempre più presente in molte case dotate di un pc:  la possibilità di poterlo collegare ad una grossa rete mondiale chiamata internet.

Dalla lettera di carta alle “intercettazioni involontarie”

   Tanto tempo fa, quando la rete era un lusso al quale potevano aver accesso solamente pochi fortunati, esisteva un unico mondo per noi comuni mortali.

Il mondo reale, fatto prevalentemente di relazioni sociali instaurate o intrattenute guardandosi negli occhi, e scambio di opinioni che avveniva all’interno di mura reali o in ambienti pubblici reali.

   Potevano essere instaurati anche rapporti non diretti, in realtà, attraverso mezzi di comunicazione elementari che per noi bimbi negli anni ’80 e adolescenti negli anni ’90, erano la più grossa risorsa per farsi nuovi amici in tutto il mondo.

   In principio esistevano carta e penna, e i classici insegnanti di scuola – in larga parte docenti di lingue – che ci fornivano indirizzi di posta di nostri coetanei. Oppure i vari giornali e giornalini da teenager, dove potevi trovare annunci sulla ricerca di “amici di penna”.  

Segnavi sulla tua rubrica l’indirizzo, scrivevi a mano la tua bella letterina, poi uscivi di casa per spedirla.

Tra l’altro all’epoca non era ancora nemmeno nata la posta prioritaria, per cui tra invio della lettera all’amico di penna di turno e ricezione della risposta,  potevano trascorrere settimane, mesi, anche anni in certi casi.  Personalmente aspetto ancora notizie dal mio pre-adolescenziale amico ganese.

Esisteva pure il telefono, certo. Ma le bollette eran sempre salate, per cui non lo si considerava nemmeno, se non in caso di estrema necessità.

Poi un giorno arrivò il fantomatico telefonino, con  il quale cominciò a cambiare il modo di mantenere o instaurare rapporti con altri esseri umani. Innanzitutto, con quell’aggeggio in mano, nonostante utilizzarlo costasse più del telefono fisso, ti sentivi quasi in dovere di comunicare qualcosa a qualcuno quando non eri in casa.

E soprattutto, durante i primi anni, per un po’ di tempo il telefonino garantì a molti una sorta di nuovo divertimento “sociale”.

      Si sparse la voce che alcuni modelli – i vecchi mattoni neri che ti perforavano le tasche dei jeans tanto pesavano – erano capaci di captare segnali sonori senza dover effettuare chiamate. Bastava trovare il punto di ricezione giusto per poter ascoltare le conversazioni tra altri utenti ed anche quelle trai camionisti, che comunicavano tra loro attraverso il classico baracchino.

  Così, in certo senso, si divenne tutti intercettatori involontari.. volontariamente.

   Questo modo di conoscere nuove vite umane, però,  aveva una grossa pecca: non vi era possibilità di interagire con esse.  L’unico modo per poter socializzare attraverso un telefonino era utilizzarlo come erano state utilizzate cabine telefoniche o telefoni privati fino a pochi anni prima: numeri a casaccio e scherzi telefonici. E ovvia risposta di vaffanculo nel 99% dei casi.

Presentazioni

Non è sempre facile doversi presentare di punto in bianco. Non si trovan bene le parole, sale un nodo in gola e si tende a pensare “Dio, cosa scrivo?”

Ma sarebbe poco educato saltare questa fase.

Per cui un sorso d’acqua, una sigaretta e via…

Sono…una ragazza qualsiasi, che vive in un posto qualsiasi del mondo ed ha una vita qualsiasi.

In più, sono una trentenne. Una di quelle trentenni che qualcuno inserisce nella categoria”bamboccioni”. Una trentenne bambocciona sulla via dell’emigrazione, come ultima soluzione per costruirsi una vita che le appartenga sul serio. Una trentenne con determinte competenze, da riporre temporaneamente in un cassetto, purtroppo, ma in qualche modo continuare ad alimentare. Ma ancora in possesso di sogni, vivi e attivi, che ovunque andrà sa la seguiranno.

Uno di questi è scrivere, sempre.

Scrivere come forma di comunicazione; scrivere per informare gli altri dei propri pensieri o di ciò che accade nel mondo; scrivere per insegnare qualcosa di utile, lì dove possibile; scrivere per lasciar libero il proprio io, quell’io che riesce a sentirsi appagato quando le dita stringon forte una penna o massacrano una povera tastiera.

Questo blog non sarà una testata giornalistica, ovvio. E’ solo un blog. Ma voglio dargli una forma, e un senso, e un’utilità.

Se dovessi riuscirci, chi mi avrà seguita da questo primo post potrà considerarsi il mio angelo custode virtuale.

Buona lettura